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mercoledì 29 maggio 2013

Francesco Guccini - Asia



[1970]

Asia

Fra i fiori tropicali, fra grida di dolcezza, la lenta, lieve brezza scivolava
e piano poi portava, fischiando fra la rete, l' odore delle sete e della spezia.

Leone di Venezia, Leone di San Marco, l' arma cristiana è al varco dell' Oriente:
ai porti di ponente il mare ti ha portato i carichi di avorio e di broccato.

Le vesti dei mercanti trasudano di ori, tesori immani portano le stive;
si affacciano alle rive le colorate vele, fragranti di garofano e di pepe.

Trasudano le schiene schiantate dal lavoro, son per la terra mirra, l' oro e incenso.
Sembra che sia nel vento su fra la palma somma il grido del sudore e della gomma.

E l' Asia par che dorma, ma sta sospesa in aria l' immensa, millenaria sua cultura:
i bianchi e la natura non possono schiacciare i Buddha, i Chela, gli uomini ed il mare.

Leone di San Marco, leone del profeta, ad est di Creta corre il tuo vangelo;
si staglia contro il cielo il tuo simbolo strano: la spada e non il libro hai nella mano.

Terra di meraviglie, terra di grazie e mali, di mitici animali da bestiari;
s' arriva dai santuari, fin sopra all' alta plancia, il fumo della gangia e dell'incenso.

E quel profumo intenso è rotta di gabbiani, segno di vani simboli divini
e gli uccelli marini additano col volo la strada del Katai per Marco Polo.

Francesco Guccini - L'isola non trovata



[1970]

L'isola non trovata

...Ma bella più di tutte l' isola non trovata, quella che il Re di Spagna s' ebbe da suo cugino,
il Re di Portogallo, con firma suggellata
e "bulla" del pontefice in Gotico-Latino...

Il Re di Spagna fece vela cercando l' isola incantata,
però quell'isola non c'era e mai nessuno l'ha trovata:
svanì di prua dalla galea come un' idea,
come una splendida utopia, è andata via e non tornerà mai più...

Le antiche carte dei corsari portano un segno misterioso
e ne parlan piano i marinai con un timor superstizioso:
nessuno sa se c'è davvero od è un pensiero,
se, a volte, il vento ne ha il profumo è come il fumo che non prendi mai!

Appare, a volte, avvolta di foschia, magica e bella,
ma se il pilota avanza su mari misteriosi è già volata via,
tingendosi d'azzurro, color di lontananza...

Il Re di Spagna fece vela cercando l'isola incantata...

Francesco Guccini - Auschwitz



[1966]

Auschwitz

Son morto con altri cento, son morto ch' ero bambino,
passato per il camino e adesso sono nel vento e adesso sono nel vento....

Ad Auschwitz c'era la neve, il fumo saliva lento
nel freddo giorno d' inverno e adesso sono nel vento, adesso sono nel vento...

Ad Auschwitz tante persone, ma un solo grande silenzio:
è strano non riesco ancora a sorridere qui nel vento, a sorridere qui nel vento...

Io chiedo come può un uomo uccidere un suo fratello
eppure siamo a milioni in polvere qui nel vento, in polvere qui nel vento...

Ancora tuona il cannone, ancora non è contento
di sangue la belva umana e ancora ci porta il vento e ancora ci porta il vento...

Io chiedo quando sarà che l' uomo potrà imparare
a vivere senza ammazzare e il vento si poserà e il vento si poserà...

Io chiedo quando sarà che l' uomo potrà imparare
a vivere senza ammazzare e il vento si poserà e il vento si poserà e il vento si poserà...

Francesco Guccini - Samantha



[1993]

Samantha

Samantha scende le scale di un policentro attrezzato comunale,
trentanni e poi l' appartamento sarà suo, o meglio,
dei suoi genitori che ogni mese devono strappare il mutuo da uno stipendio da fame,
ma Milano è tanto grande da impazzire
e il sole incerto becca di sguincio, in questa domenica d' aprile,
ogni pietra, ogni portone ed ogni altro ammennicolo urbanistico,
ma Samantha saltella, non sa d' avere lunghe gambe da cervo
e il seno, come si dice, in fiore, teso, sopra a un corpo ancora acerbo
e Samantha, Samantha ancora non sa d' avere un destino da modella
e corre allegra lungo i graffiti osceni delle scale quasi donna, quasi bella.

E fuori: Milano muore di malinconia, di sole che tramonta là in periferia,
di auto del ritorno, famiglie, freni e gas di scarico.
Lontano il centro è quasi un altro mondo, San Siro un urlo che non cogli a fondo,
ti taglia un senso vago di infinito panico.
Spunta un gasometro dietro a muri neri, oziosi vagolano i tuoi pensieri
e in aria il cielo è un qualche cosa viola carico...

Andrea è giù nel cortile, jeans regolari e faccia da vinile,
giacca a vento come dio comanda e legata al polso la bandana, un piede contro al muro e lì
l' aspetta perchè vuol parlarle, niente, forse d' amore, ma non sa che dire,
con le parole quasi lombarde che non sanno uscire
e si accende rabbioso una Marlboro di alibi
e si guardano di sbieco, appena un cenno istintivo di saluto,
ma a Samantha batte il cuore da morire mentre Andrea rimane muto;
e lei ritornerà con le MS per suo padre steso davanti a qualche canale
e lui mediterà al bar dietro a una birra che la vita può far male...

E Milano sembra che sia li a abbracciarsi quei due che non sapranno più parlarsi,
solo sfiorarsi in un momento vago e via.
Samantha presto cambierà quartiere per un destino che non sa vedere,
e Andrea diventerà padrone d' una pizzeria.
Ed io, burattinaio di parole, perchè mi perdo dietro a un primo sole,
perchè mi prende questa assurda nostalgia?

Francesco Guccini - Farewell



[1993]

Farewell

E sorridevi e sapevi sorridere coi tuoi vent' anni portati così,
come si porta un maglione sformato su un paio di jeans;
come si sente la voglia di vivere
che scoppia un giorno e non spieghi il perchè:
un pensiero cullato o un amore che è nato e non sai che cos'è.

Giorni lunghi fra ieri e domani, giorni strani,
giorni a chiedersi tutto cos\' era, vedersi ogni sera;
ogni sera passare su a prenderti con quel mio buffo montone orientale,
ogni sera là, a passo di danza, a salire le scale
e sentire i tuoi passi che arrivano, il ticchettare del tuo buonumore, (tintinnare)
quando aprivi la porta il sorriso ogni volta mi entrava nel cuore.

Poi giù al bar dove ci si ritrova, nostra alcova,
era tanto potere parlarci, giocare a guardarci,
tra gli amici che ridono e suonano attorno ai tavoli pieni di vino,
religione del tirare tardi e aspettare mattino;
e una notte lasciasti portarti via, solo la nebbia e noi due in sentinella, (poi)
la città addormentata non era mai stata così tanto bella.

Era facile vivere allora ogni ora,
chitarre e lampi di storie fugaci, di amori rapaci,
e ogni notte inventarsi una fantasia da bravi figli dell'epoca nuova,
ogni notte sembravi chiamare la vita a una prova.
Ma stupiti e felici scoprimmo che era nato qualcosa più in fondo,
ci sembrava d'avere trovato la chiave segreta del mondo.

Non fu facile volersi bene, restare assieme
o pensare d'avere un domani e stare lontani;
tutti e due a immaginarsi: "Con chi sarà?" In ogni cosa un pensiero costante, (domandarsi)
un ricordo lucente e durissimo come il diamante (pensiero)
e a ogni passo lasciare portarci via da un' emozione non piena, non colta: (di notte) (lasciarci portare)
rivedersi era come rinascere ancora una volta.

Ma ogni storia ha la stessa illusione, sua conclusione, (conclusione) (illusione)
e il peccato fu creder speciale una storia normale.
Ora il tempo ci usura e ci stritola in ogni giorno che passa correndo,
sembra quasi che ironico scruti e ci guardi irridendo.
E davvero non siamo più quegli eroi pronti assieme a affrontare ogni impresa;
siamo come due foglie aggrappate su un ramo in attesa. (solo) (ad)

"The triangle tingles and the trumpet plays slow"...

Farewell, non pensarci e perdonami se ti ho portato via un poco d'estate
con qualcosa di fragile come le storie passate:
forse un tempo poteva commuoverti, ma ora è inutile credo, perchè
ogni volta che piangi e che ridi non piangi e non ridi con me...

Francesco Guccini - Le belle domeniche



[1975]

Le belle domeniche

Sono già sette giorni che aspetti la festa per stare più a letto al mattino
Alla sera hai bevuto, hai male alla testa e in bocca sapore di vino
Accendi una cicca, ti brucia la gola e lei non telefona: "cosa si fa?"
Ti radi, ti lavi, ti cambi camicia, aspetti che chiami chi non chiamerà
La, la, la...

Poi quattro passi in centro, forse la incontro a messa
Gli amici, il calcio: "si perde, vuoi fare una scommessa"
Poi ritorni, è passata già mezza giornata e nessuno ha cercato di te
La, la, la...

La giornata ha già preso i colori serali e l'inverno ed il tempo è più breve
Coppie passano strette lontano sui viali camminando sui mucchi di neve
Fumi stanco e annoiato, aspettando qualcosa, ma ormai non telefona: "al diavolo lei!"
Rifai la cravatta, ti metti la giacca, aspetti che chiami chi non chiamerà
La, la, la...

Poi un salto dagli amici, oggi si fa una festa
La donna l'hai trovata, ma dopo cosa resta?
Ritorni annoiato, il giorno è passato e nessuno ha cercato di te
La, la, la...

Dopo cena c'è un Cine italiano, il boccette, un ramino, un caffè: "tenga il resto!"
Domattina ti devi svegliare alle 7 ed a letto bisogna andar presto
Fumi l'ultima cicca sdraiato nel buio: "Quest' altra domenica la devo vedere!"
E del giorno ti resta il vestito da festa e una noia che è amica con te
E del giorno ti resta il vestito da festa e una noia che è amica con te
La, la, la...

Francesco Guccini - Una canzone



[2004]

Una canzone

La canzone è una penna e un foglio
così fragili fra queste dita,
è quel che non è, è l'erba voglio
ma può essere complessa come la vita.
La canzone è una vaga farfalla
che vola via nell'aria leggera,
una macchia azzurra, una rosa gialla,
un respiro di vento la sera,
una lucciola accesa in un prato,
un sospiro fatto di niente
ma qualche volta se ti ha afferrato
ti rimane per sempre in mente
e la scrive gente quasi normale
ma con l'anima come un bambino
che ogni tanto si mette le ali
e con le parole gioca a rimpiattino.

La canzone è una stella filante
che qualche volta diventa cometa
una meteora di fuoco bruciante
però impalpabile come la seta.
La canzone può aprirti il cuore
con la ragione o col sentimento
fatta di pane, vino, sudore
lunga una vita, lunga un momento.
Si può cantare a voce sguaiata
quando sei in branco, per allegria
o la sussurri appena accennata
se ti circonda la malinconia
e ti ricorda quel canto muto
la donna che ha fatto innamorare
le vite che tu non hai vissuto
e quella che tu vuoi dimenticare.

La canzone è una scatola magica
spesso riempita di cose futili
ma se la intessi d'ironia tragica
ti spazza via i ritornelli inutili;
è un manifesto che puoi riempire
con cose e facce da raccontare
esili vite da rivestire
e storie minime da ripagare
fatta con sette note essenziali
e quattro accordi cuciti in croce
sopra chitarre più che normali
ed una voce che non è voce
ma con carambola lessicale
può essere un prisma di rifrazione
cristallo e pietra filosofale
svettante in aria come un falcone.

Perché può nascere da un male oscuro
che è difficile diagnosticare
fra il passato appesa e il futuro,
lì presente e pronta a scappare
e la canzone diventa un sasso
lama, martello, una polveriera
che a volte morde e colpisce basso
e a volte sventola come bandiera.
La urli allora un giorno di rabbia
la getti in faccia a chi non ti piace
un grimaldello che apre ogni gabbia
pronta ad irridere chi canta e tace.
Però alla fine è fatta di fumo
veste la stoffa delle illusioni,
nebbie, ricordi, pena, profumo:
son tutto questo le mie canzoni.

Francesco Guccini - Lettera



[1996]

Lettera

In giardino il ciliegio è fiorito agli scoppi del nuovo sole,
il quartiere si è presto riempito di neve di pioppi e di parole.
All' una in punto si sente il suono acciottolante che fanno i piatti,
le TV son un rombo di tuono per l' indifferenza scostante dei gatti;
come vedi tutto è normale in questa inutile sarabanda,
ma nell' intreccio di vita uguale soffia il libeccio di una domanda,
punge il rovaio d' un dubbio eterno, un formicaio di cose andate,
di chi aspetta sempre l' inverno per desiderare una nuova estate...

Son tornate a sbocciare le strade, ideali ricami del mondo,
ci girano tronfie la figlia e la madre nel viso uguali e nel culo tondo,
in testa identiche, senza storia, sfidando tutto, senza confini,
frantumano un attimo quella boria grida di rondini e ragazzini;
come vedi tutto è consueto in questo ingorgo di vita e morte,
ma mi rattristo, io sono lieto di questa pista di voglia e sorte,
di questa rete troppo smagliata, di queste mete lì da sognare,
di questa sete mai appagata, di chi starnazza e non vuol volare...

Appassiscono piano le rose, spuntano a grappi i frutti del melo,
le nuvole in alto van silenziose negli strappi cobalto del cielo.
Io sdraiato sull' erba verde fantastico piano sul mio passato,
ma l' età all' improvviso disperde quel che credevo e non sono stato;
come senti tutto va liscio in questo mondo senza patemi,
in questa vista presa di striscio, di svolgimento corretto ai temi,
dei miei entusiasmi durati poco, dei tanti chiasmi filosofanti,
di storie tragiche nate per gioco, troppo vicine o troppo distanti...

Ma il tempo, il tempo chi me lo rende? Chi mi dà indietro quelle stagioni
di vetro e sabbia, chi mi riprende la rabbia e il gesto, donne e canzoni,
gli amici persi, i libri mangiati, la gioia piana degli appetiti,
l' arsura sana degli assetati, la fede cieca in poveri miti?
Come vedi tutto è usuale, solo che il tempo stringe la borsa
e c'è il sospetto che sia triviale l' affanno e l' ansimo dopo una corsa,
l' ansia volgare del giorno dopo, la fine triste della partita,
il lento scorrere senza uno scopo di questa cosa... che chiami... vita...

Francesco Guccini - Canzone delle domande consuete



[1990]

Canzone delle domande consuete

Ancora qui a domandarsi e a far finta di niente
come se il tempo per noi non costasse l' uguale,
come se il tempo passato ed il tempo presente
non avessero stessa amarezza di sale.

Tu non sai le domande, ma non risponderei
per non strascinare parole in linguaggio d' azzardo;
eri bella, lo so, e che bella che sei,
dicon tanto un silenzio e uno sguardo...

Se ci sono non so cosa sono e se vuoi
quel che sono o sarei, quel che sarò domani,
non parlare non dire più niente, se puoi,
lascia farlo ai tuoi occhi, alle mani...

Non andare... vai... Non restare...stai... Non parlare... parlami di te...

Tu lo sai, io lo so, quanto vanno disperse,
trascinate dai giorni come piena di fiume
tante cose sembrate e credute diverse,
come un prato coperto a bitume.

Rimanere così, annaspare nel niente,
custodire i ricordi, carezzare le età;
è uno stallo o un rifiuto crudele e incosciente
del diritto alla felicità...

Se ci sei, cosa sei? Cosa pensi e perché?
Non lo so, non lo sai; siamo qui o lontani?
Esser tutto, un momento, ma dentro di te,
aver tutto, ma non il domani...

Non andare... vai.. Non restare...stai... Non parlare... parlami di te...

E siamo qui spogli in questa stagione che unisce
tutto ciò che sta fermo, tutto ciò che si muove,
non so dire se nasce un periodo o finisce,
se dal cielo ora piove o non piove...

Pronto a dire "buongiorno", a rispondere "bene",
a sorridere a "salve", dire anch'io "come va?"
Non c'è vento stasera. Siamo o non siamo assieme?
Fuori c'è ancora una città?

Se c'è ancora balliamoci dentro stasera,
con gli amici cantiamo una nuova canzone...
tanti anni e son qui ad aspettar primavera,
tanti anni ed ancora in pallone...

Non andare... vai... Non restare...stai... Non parlare... parlami di te...
Non andare... vai... Non restare...stai... Non parlare... parlami di noi...

Francesco Guccini - Gli amici



[1983]

Gli amici

I miei amici veri, purtroppo o per fortuna,
non sono vagabondi o abbaialuna,
per fortuna o purtroppo ci tengono alla faccia:
quasi nessuno batte o fa il magnaccia.

Non son razza padrona, non sono gente arcigna,
siamo volgari come la gramigna.
Non so se è pregio o colpa esser fatti così:
c'è gente che è di casa in serie B.

Contandoli uno a uno non son certo parecchi,
son come i denti in bocca a certi vecchi,
ma proprio perché pochi son buoni fino in fondo
e sempre pronti a masticare il mondo.

Non siam razza d' artista, né maschere da gogna
e chi fa il giornalista si vergogna,
non che il fatto c' importi: chi non ha in qualche posto
un peccato o un cadavere nascosto?

Non cerchiamo la gloria, ma la nostra ambizione
è invecchiar bene, anzi, direi... benone!
Per quello che ci basta non c'è da andar lontano
e abbiamo fisso in testa un nostro piano:

se e quando moriremo, ma la cosa è insicura,
avremo un paradiso su misura,
in tutto somigliante al solito locale,
ma il bere non si paga e non fa male.

E ci andremo di forza, senza pagare il fìo
di coniugare troppo spesso in Dio:
non voglio mescolarmi in guai o problemi altrui,
ma questo mondo ce l' ha schiaffato Lui.

E quindi ci sopporti, ci lasci ai nostri giochi,
cosa che a questo mondo han fatto in pochi,
voglio veder chi sceglie, con tanti pretendenti,
tra santi tristi e noi più divertenti,
veder chi è assunto in cielo, pur con mille ragioni,
fra noi e la massa dei rompicoglioni...

Francesco Guccini - Autogrill



[1983]

Autogrill

La ragazza dietro al banco mescolava birra chiara e Seven-up,
e il sorriso da fossette e denti era da pubblicità,
come i visi alle pareti di quel piccolo autogrill,
mentre i sogni miei segreti li rombavano via i TIR...

Bella, d' una sua bellezza acerba, bionda senza averne l' aria,
quasi triste, come i fiori e l' erba di scarpata ferroviaria,
il silenzio era scalfito solo dalle mie chimere
che tracciavo con un dito dentro ai cerchi del bicchiere...

Basso il sole all' orizzonte colorava la vetrina
e stampava lampi e impronte sulla pompa da benzina,
lei specchiò alla soda-fountain quel suo viso da bambina
ed io.... sentivo un' infelicità vicina...

Vergognandomi, ma solo un poco appena, misi un disco nel juke-box
per sentirmi quasi in una scena di un film vecchio della Fox,
ma per non gettarle in faccia qualche inutile cliché
picchiettavo un indù in latta di una scatola di té...

Ma nel gioco avrei dovuto dirle: "Senti, senti io ti vorrei parlare...",
poi prendendo la sua mano sopra al banco: "Non so come cominciare:
non la vedi, non la tocchi oggi la malinconia?
Non lasciamo che trabocchi: vieni, andiamo, andiamo via."

Terminò in un cigolio il mio disco d' atmosfera,
si sentì uno sgocciolio in quell' aria al neon e pesa,
sovrastò l' acciottolio quella mia frase sospesa,
"ed io... ", ma poi arrivò una coppia di sorpresa...

E in un attimo, ma come accade spesso, cambiò il volto d' ogni cosa,
cancellarono di colpo ogni riflesso le tendine in nylon rosa,
mi chiamò la strada bianca, "Quant'è?" chiesi, e la pagai,
le lasciai un nickel di mancia, presi il resto e me ne andai...

Francesco Guccini - Bologna



[1981]

Bologna

Bologna è una vecchia signora dai fianchi un po' molli
col seno sul piano padano ed il culo sui colli,
Bologna arrogante e papale, Bologna la rossa e fetale,
Bologna la grassa e l' umana già un poco Romagna e in odor di Toscana...

Bologna per me provinciale Parigi minore:
mercati all'aperto, bistrots, della "rive gauche" l' odore
con Sartre che pontificava, Baudelaire fra l' assenzio cantava
ed io, modenese volgare, a sudarmi un amore, fosse pure ancillare.

Però che Bohéme confortevole giocata fra casa e osterie
quando a ogni bicchiere rimbalzano le filosofie...
Oh quanto eravamo poetici, ma senza pudore e paura
e i vecchi "imberiaghi" sembravano la letteratura...
Oh quanto eravam tutti artistici, ma senza pudore o vergogna
cullati fra i portici cosce di mamma Bologna...

Bologna è una donna emiliana di zigomo forte,
Bologna capace d' amore, capace di morte,
che sa quel che conta e che vale, che sa dov'è il sugo del sale,
che calcola il giusto la vita e che sa stare in piedi per quanto colpita...

Bologna è una ricca signora che fu contadina:
benessere, ville, gioielli... e salami in vetrina,
che sa che l' odor di miseria da mandare giù è cosa seria
e vuole sentirsi sicura con quello che ha addosso, perché sa la paura.

Lo sprechi il tuo odor di benessere però con lo strano binomio
dei morti per sogni davanti al tuo Santo Petronio
e i tuoi bolognesi, se esistono, ci sono od ormai si son persi
confusi e legati a migliaia di mondi diversi?
Oh quante parole ti cantano, cullando i cliché della gente,
cantando canzoni che è come cantare di niente...

Bologna è una strana signora, volgare matrona,
Bologna bambina per bene, Bologna "busona",
Bologna ombelico di tutto, mi spingi a un singhiozzo e ad un rutto,
rimorso per quel che m' hai dato, che è quasi ricordo, e in odor di passato...

Francesco Guccini - Venezia



[1979]

Venezia

Venezia che muore, Venezia appoggiata sul mare,
la dolce ossessione degli ultimi suoi giorni tristi, Venezia, la vende ai turisti,
che cercano in mezzo alla gente l' Europa o l' Oriente,
che guardano alzarsi alla sera il fumo - o la rabbia - di Porto Marghera...

Stefania era bella, Stefania non stava mai male,
è morta di parto gridando in un letto sudato d' un grande ospedale;
aveva vent' anni, un marito, e l' anello nel dito:
mi han detto confusi i parenti che quasi il respiro inciampava nei denti...
Venezia è un' albergo, San Marco è senz' altro anche il nome di una pizzeria,
la gondola costa, la gondola è solo un bel giro di giostra.
Stefania d' estate giocava con me nelle vuote domeniche d' ozio.
Mia madre parlava, sua madre vendeva Venezia in negozio.

Venezia è anche un sogno, di quelli che puoi comperare,
però non ti puoi risvegliare con l' acqua alla gola, e un dolore a livello del mare:
il Doge ha cambiato di casa e per mille finestre
c'è solo il vagito di un bimbo che è nato, c'è solo la sirena di Mestre...

Stefania affondando, Stefania ha lasciato qualcosa:
Novella Duemila e una rosa sul suo comodino, Stefania ha lasciato un bambino.
Non so se ai parenti gli ha fatto davvero del male
vederla morire ammazzata, morire da sola, in un grande ospedale...

Venezia è un imbroglio che riempie la testa soltanto di fatalità:
del resto del mondo non sai più una sega, Venezia è la gente che se ne frega!
Stefania è un bambino, comprare o smerciare Venezia sarà il suo destino:
può darsi che un giorno saremo contenti di esserne solo lontani parenti...

Francesco Guccini - Scirocco



[1987]

Scirocco

Ricordi le strade erano piene di quel lucido scirocco
che trasforma la realtà abusata e la rende irreale,
sembravano alzarsi le torri in un largo gesto barocco
e in via dei Giudei volavan velieri come in un porto canale.
Tu dietro al vetro di un bar impersonale,
seduto a un tavolo da poeta francese,
con la tua solita faccia aperta ai dubbi
e un po' di rosso routine dentro al bicchiere:
pensai di entrare per stare assieme a bere
e a chiacchierare di nubi...

Ma lei arrivò affrettata danzando nella rosa
di un abito di percalle che le fasciava i fianchi
e cominciò a parlare ed ordinò qualcosa,
mentre nel cielo rinnovato correvano le nubi a branchi
e le lacrime si aggiunsero al latte di quel tè
e le mani disegnavano sogni e certezze,
ma io sapevo come ti sentivi schiacciato
fra lei e quell'altra che non sapevi lasciare,
tra i tuoi due figli e l' una e l' altra morale
come sembravi inchiodato...

Lei si alzò con un gesto finale,
poi andò via senza voltarsi indietro
mentre quel vento la riempiva
di ricordi impossibili,
di confusione e immagini.

Lui restò come chi non sa proprio cosa fare
cercando ancora chissà quale soluzione,
ma è meglio poi un giorno solo da ricordare
che ricadere in una nuova realtà sempre identica...

Ora non so davvero dove lei sia finita,
se ha partorito un figlio o come inventa le sere,
lui abita da solo e divide la vita
tra il lavoro, versi inutili e la routine d' un bicchiere:
soffiasse davvero quel vento di scirocco
e arrivasse ogni giorno per spingerci a guardare
dietro alla faccia abusata delle cose,
nei labirinti oscuri della case,
dietro allo specchio segreto d' ogni viso,
dentro di noi...

martedì 21 maggio 2013

Francesco Guccini - Bisanzio



[1981]

Bizanzio


Anche questa sera la luna è sorta
affogata in un colore troppo rosso e vago,
Vespero non si vede, si è offuscata,
la punta dello stilo si è spezzata.
Che oroscopo puoi trarre questa sera, Mago?

Io Filemazio, protomedico, matematico, astronomo, forse saggio,
ridotto come un cieco a brancicare attorno,
non ho la conoscenza od il coraggio
per fare quest' oroscopo, per divinar responso,
e resto qui a aspettare che ritorni giorno

e devo dire, devo dire, che sono forse troppo vecchio per capire,
che ho perso la mia mente in chissà quale abuso, od ozio,
ma stan mutando gli astri nelle notti d' equinozio.
O forse io, forse io, ho sottovalutato questo nuovo dio.
Lo leggo in me e nei segni che qualcosa sta cambiando,
ma è un debole presagio che non dice come e quando...

Me ne andavo l' altra sera, quasi inconsciamente,
giù al porto a Bosphoreion là dove si perde
la terra dentro al mare fino quasi al niente
e poi ritorna terra e non è più occidente:
che importa a questo mare essere azzurro o verde?

Sentivo i canti osceni degli avvinazzati,
di gente dallo sguardo pitturato e vuoto...
ippodromo, bordello e nordici soldati,
Romani e Greci urlate dove siete andati...
Sentivo bestemmiare in Alamanno e in Goto...

Città assurda, città strana di questo imperatore sposo di puttana,
di plebi smisurate, labirinti ed empietà,
di barbari che forse sanno già la verità,
di filosofi e di eteree, sospesa tra due mondi, e tra due ere...
Fortuna e età han deciso per un giorno non lontano,
o il fato chiederebbe che scegliesse la mia mano, ma...

Bisanzio è forse solo un simbolo insondabile,
segreto e ambiguo come questa vita,
Bisanzio è un mito che non mi è consueto,
Bisanzio è un sogno che si fa incompleto,
Bisanzio forse non è mai esistita
e ancora ignoro e un' altra notte è andata,
Lucifero è già sorto, e si alza un po' di vento,
c'è freddo sulla torre o è l' età mia malata,
confondo vita e morte e non so chi è passata...
mi copro col mantello il capo e più non sento,
e mi addormento, mi addormento, mi addormento...

Francesco Guccini - Eskimo



[1978]

Eskimo


Questa domenica in Settembre non sarebbe pesata così, 
l' estate finiva più "nature" vent' anni fa o giù di lì... 
Con l' incoscienza dentro al basso ventre e alcuni audaci, in tasca "l'Unità", 
la paghi tutta, e a prezzi d' inflazione, quella che chiaman la maturità... 

Ma tu non sei cambiata di molto anche se adesso è al vento quello che 
io per vederlo ci ho impiegato tanto filosofando pure sui perchè, 
ma tu non sei cambiata di tanto e se cos' è un orgasmo ora lo sai 
potrai capire i miei vent' anni allora, i quasi cento adesso capirai... 

Portavo allora un eskimo innocente dettato solo dalla povertà, 
non era la rivolta permanente: diciamo che non c' era e tanto fa. 
Portavo una coscienza immacolata che tu tendevi a uccidere, però 
inutilmente ti ci sei provata con foto di famiglia o paletò... 

E quanto son cambiato da allora e l'eskimo che conoscevi tu 
lo porta addosso mio fratello ancora e tu lo porteresti e non puoi più, 
bisogna saper scegliere in tempo, non arrivarci per contrarietà: 
tu giri adesso con le tette al vento, io ci giravo già vent' anni fa! 

Ricordi fui con te a Santa Lucia, al portico dei Servi per Natale, 
credevo che Bologna fosse mia: ballammo insieme all' anno o a Carnevale. 
Lasciammo allora tutti e due un qualcuno che non ne fece un dramma o non lo so, 
ma con i miei maglioni ero a disagio e mi pesava quel tuo paletò... 

Ma avevo la rivolta fra le dita, dei soldi in tasca niente e tu lo sai 
e mi pagavi il cinema stupita e non ti era toccato farlo mai! 
Perchè mi amavi non l' ho mai capito così diverso da quei tuoi cliché, 
perchè fra i tanti, bella, che hai colpito ti sei gettata addosso proprio a me... 

Infatti i fiori della prima volta non c' erano già più nel sessantotto, 
scoppiava finalmente la rivolta oppure in qualche modo mi ero rotto, 
tu li aspettavi ancora, ma io già urlavo che Dio era morto, a monte, ma però 
contro il sistema anch' io mi ribellavo cioè, sognando Dylan e i provos... 

E Gianni, ritornato da Londra, a lungo ci parlò dell' LSD, 
tenne una quasi conferenza colta sul suo viaggio di nozze stile freak 
e noi non l' avevamo mai fatto e noi che non l' avremmo fatto mai, 
quell' erba ci cresceva tutt' attorno, per noi crescevan solo i nostri guai... 

Forse ci consolava far l' amore, ma precari in quel senso si era già 
un buco da un amico, un letto a ore su cui passava tutta la città. 
L'amore fatto alla "boia d' un Giuda" e al freddo in quella stanza di altri e spoglia: 
vederti o non vederti tutta nuda era un fatto di clima e non di voglia! 

E adesso che potremmo anche farlo e adesso che problemi non ne ho, 
che nostalgia per quelli contro un muro o dentro a un cine o là dove si può... 
E adesso che sappiam quasi tutto e adesso che problemi non ne hai, 
per nostalgia, lo rifaremmo in piedi scordando la moquette stile e l'Hi-Fi... 

Diciamolo per dire, ma davvero si ride per non piangere perchè 
se penso a quella che eri, a quel che ero, che compassione che ho per me e per te. 
Eppure a volte non mi spiacerebbe essere quelli di quei tempi là, 
sarà per aver quindici anni in meno o avere tutto per possibilità... 

Perchè a vent' anni è tutto ancora intero, perchè a vent' anni è tutto chi lo sa, 
a vent'anni si è stupidi davvero, quante balle si ha in testa a quell' età, 
oppure allora si era solo noi non c' entra o meno quella gioventù: 
di discussioni, caroselli, eroi quel ch'è rimasto dimmelo un po' tu... 

E questa domenica in Settembre se ne sta lentamente per finire 
come le tante via, distrattamente, a cercare di fare o di capire. 
Forse lo stan pensando anche gli amici, gli andati, i rassegnati, i soddisfatti, 
giocando a dire che si era più felici, pensando a chi s' è perso o no a quei party... 

Ed io che ho sempre un eskimo addosso uguale a quello che ricorderai, 
io, come sempre, faccio quel che posso, domani poi ci penserò se mai 
ed io ti canterò questa canzone uguale a tante che già ti cantai: 
ignorala come hai ignorato le altre e poi saran le ultime oramai...

Francesco Guccini - Libera nos Domine



[1978]

Libera nos Domine


Da morte nera e secca, da morte innaturale, 
da morte prematura, da morte industriale, 
per mano poliziotta, di pazzo generale, 
diossina o colorante, da incidente stradale, 
dalle palle vaganti d' ogni tipo e ideale, 
da tutti questi insieme e da ogni altro male, 
libera, libera, libera, libera nos Domine! 

Da tutti gli imbecilli d' ogni razza e colore, 
dai sacri sanfedisti e da quel loro odore, 
dai pazzi giacobini e dal loro bruciore, 
da visionari e martiri dell' odio e del terrore, 
da chi ti paradisa dicendo "è per amore", 
dai manichei che ti urlano "o con noi o traditore!", 
libera, libera, libera, libera nos Domine! 

Dai poveri di spirito e dagli intolleranti, 
da falsi intellettuali, giornalisti ignoranti, 
da eroi, navigatori, profeti, vati, santi, 
dai sicuri di sé, presuntuosi e arroganti, 
dal cinismo di molti, dalle voglie di tanti, 
dall'egoismo sdrucciolo che abbiamo tutti quanti, 
libera, libera, libera, libera nos Domine! 

Da te, dalle tue immagini e dalla tua paura, 
dai preti d' ogni credo, da ogni loro impostura, 
da inferni e paradisi, da una vita futura, 
da utopie per lenire questa morte sicura, 
da crociati e crociate, da ogni sacra scrittura, 
da fedeli invasati d' ogni tipo e natura, 
libera, libera, libera, libera nos Domine, 
libera, libera, libera, libera nos Domine...

Francesco Guccini - Le cinque anatre



[1978]

Le cinque anatre


Cinque anatre volano a sud: molto prima del tempo l'inverno è arrivato. 
Cinque anatre in volo vedrai contro il sole velato, contro il sole velato... 

Nessun rumore sulla taiga, solo un lampo un istante ed un morso crudele: 
quattro anatre in volo vedrai ed una preda cadere ed una preda cadere... 

Quattro anatre volano a sud: quanto dista la terra che le nutriva, 
quanto la terra che le nutrirà e l' inverno già arriva e l' inverno già arriva... 

Il giorno sembra non finire mai; bianca fischia ed acceca nel vento la neve: 
solo tre anatre in volo vedrai e con un volo ormai greve e con un volo ormai greve... 

A cosa pensan nessuno lo saprà: nulla pensan l'inverno e la grande pianura 
e a nulla il gelo che il suolo spaccherà con un gridare che dura, con un gridare che dura... 

E il branco vola, vola verso sud. Nulla esiste più attorno se non sonno e fame: 
solo due anatre in volo vedrai verso il sud che ora appare, verso il sud che ora appare... 

Cinque anatre andavano a sud: forse una soltanto vedremo arrivare, 
ma quel suo volo certo vuole dire che bisognava volare, che bisognava volare, 
che bisognava volare, che bisognava volare...

Francesco Guccini - Canzone delle osterie di fuori porta



[1974]

Canzone delle osterie di fuori porta


Sono ancora aperte come un tempo le osterie di fuori porta, 
ma la gente che ci andava a bere fuori o dentro è tutta morta: 
qualcuno è andato per età, qualcuno perchè già dottore 
e insegue una maturità, si è sposato, fa carriera ed è una morte un po' peggiore... 

Cadon come foglie o gli ubriachi sulle strade che hanno scelto, 
delle rabbie antiche non rimane che una frase o qualche gesto, 
non so se scusano il passato per giovinezza o per errore, 
non so se ancora desto in loro, se m' incontrano per forza, la curiosità o il timore... 

Io ora mi alzo tardi tutti i giorni, tiro sempre a far mattino, 
le carte poi il caffè della stazione per neutralizzare il vino, 
ma non ho scuse da portare, non dico più d'esser poeta, 
non ho utopie da realizzare: stare a letto il giorno dopo è forse l'unica mia meta... 

Si alza sempre lenta come un tempo l'alba magica in collina, 
ma non provo più quando la guardo quello che provavo prima. 
Ladri e profeti di futuro mi hanno portato via parecchio, 
il giorno è sempre un po' più oscuro, sarà forse perchè è storia, sarà forse perchè invecchio... 

Ma le strade sono piene di una rabbia che ogni giorno urla più forte, 
son caduti i fiori e hanno lasciato solo simboli di morte. 
Dimmi se son da lapidare se mi nascondo sempre più, 
ma ognuno ha la sua pietra pronta e la prima, non negare, me la tireresti tu... 

Sono più famoso che in quel tempo quando tu mi conoscevi, 
non più amici, ho un pubblico che ascolta le canzoni in cui credevi 
e forse ridono di me, ma in fondo ho la coscienza pura, 
non rider tu se dico questo, ride chi ha nel cuore l'odio e nella mente la paura... 

Ma non devi credere che questo abbia cambiato la mia vita, 
è una cosa piccola di ieri che domani è già finita. 
Son sempre qui a vivermi addosso, ho dai miei giorni quanto basta, 
ho dalla gloria quel che posso, cioè qualcosa che andrà presto, quasi come i soldi in tasca... 

Non lo crederesti ho quasi chiuso tutti gli usci all'avventura, 
non perchè metterò la testa a posto, ma per noia o per paura. 
Non passo notti disperate su quel che ho fatto o quel che ho avuto: 
le cose andate sono andate ed ho per unico rimorso le occasioni che ho perduto... 

Sono ancora aperte come un tempo le osterie di fuori porta, 
ma la gente che ci andava a bere fuori o dentro è tutta morta: 
qualcuno è andato per formarsi, chi per seguire la ragione, 
chi perchè stanco di giocare, bere il vino, sputtanarsi ed è una morte un po' peggiore...

Francesco Guccini - Il vecchio e il bambino



[1972]

Il vecchio e il bambino


Un vecchio e un bambino si preser per mano 
e andarono insieme incontro alla sera; 
la polvere rossa si alzava lontano 
e il sole brillava di luce non vera... 

L' immensa pianura sembrava arrivare 
fin dove l'occhio di un uomo poteva guardare 
e tutto d' intorno non c'era nessuno: 
solo il tetro contorno di torri di fumo... 

I due camminavano, il giorno cadeva, 
il vecchio parlava e piano piangeva: 
con l' anima assente, con gli occhi bagnati, 
seguiva il ricordo di miti passati... 

I vecchi subiscon le ingiurie degli anni, 
non sanno distinguere il vero dai sogni, 
i vecchi non sanno, nel loro pensiero, 
distinguer nei sogni il falso dal vero... 

E il vecchio diceva, guardando lontano: 
"Immagina questo coperto di grano, 
immagina i frutti e immagina i fiori 
e pensa alle voci e pensa ai colori 

e in questa pianura, fin dove si perde, 
crescevano gli alberi e tutto era verde, 
cadeva la pioggia, segnavano i soli 
il ritmo dell' uomo e delle stagioni..." 

Il bimbo ristette, lo sguardo era triste, 
e gli occhi guardavano cose mai viste 
e poi disse al vecchio con voce sognante: 
"Mi piaccion le fiabe, raccontane altre!"