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mercoledì 29 maggio 2013

Francesco Guccini - Una canzone



[2004]

Una canzone

La canzone è una penna e un foglio
così fragili fra queste dita,
è quel che non è, è l'erba voglio
ma può essere complessa come la vita.
La canzone è una vaga farfalla
che vola via nell'aria leggera,
una macchia azzurra, una rosa gialla,
un respiro di vento la sera,
una lucciola accesa in un prato,
un sospiro fatto di niente
ma qualche volta se ti ha afferrato
ti rimane per sempre in mente
e la scrive gente quasi normale
ma con l'anima come un bambino
che ogni tanto si mette le ali
e con le parole gioca a rimpiattino.

La canzone è una stella filante
che qualche volta diventa cometa
una meteora di fuoco bruciante
però impalpabile come la seta.
La canzone può aprirti il cuore
con la ragione o col sentimento
fatta di pane, vino, sudore
lunga una vita, lunga un momento.
Si può cantare a voce sguaiata
quando sei in branco, per allegria
o la sussurri appena accennata
se ti circonda la malinconia
e ti ricorda quel canto muto
la donna che ha fatto innamorare
le vite che tu non hai vissuto
e quella che tu vuoi dimenticare.

La canzone è una scatola magica
spesso riempita di cose futili
ma se la intessi d'ironia tragica
ti spazza via i ritornelli inutili;
è un manifesto che puoi riempire
con cose e facce da raccontare
esili vite da rivestire
e storie minime da ripagare
fatta con sette note essenziali
e quattro accordi cuciti in croce
sopra chitarre più che normali
ed una voce che non è voce
ma con carambola lessicale
può essere un prisma di rifrazione
cristallo e pietra filosofale
svettante in aria come un falcone.

Perché può nascere da un male oscuro
che è difficile diagnosticare
fra il passato appesa e il futuro,
lì presente e pronta a scappare
e la canzone diventa un sasso
lama, martello, una polveriera
che a volte morde e colpisce basso
e a volte sventola come bandiera.
La urli allora un giorno di rabbia
la getti in faccia a chi non ti piace
un grimaldello che apre ogni gabbia
pronta ad irridere chi canta e tace.
Però alla fine è fatta di fumo
veste la stoffa delle illusioni,
nebbie, ricordi, pena, profumo:
son tutto questo le mie canzoni.

venerdì 10 maggio 2013

Francesco Guccini - Odysseus



[2004]

Odysseus


Bisogna che lo affermi fortemente che, certo, non appartenevo al mare 
anche se i Dei d'Olimpo e umana gente mi sospinsero un giorno a navigare 
e se guardavo l'isola petrosa, ulivi e armenti sopra a ogni collina 
c'era il mio cuore al sommo d'ogni cosa, c'era l'anima mia che è contadina, 
un'isola d'aratro e di frumento senza le vele, senza pescatori, 
il sudore e la terra erano argento, il vino e l'olio erano i miei ori.... 

Ma se tu guardi un monte che hai di faccia senti che ti sospinge a un altro monte, 
un'isola col mare che l'abbraccia ti chiama a un'altra isola di fronte 
e diedi un volto a quelle mie chimere, le navi costruii di forma ardita, 
concavi navi dalle vele nere e nel mare cambiò quella mia vita... 
E il mare trascurato mi travolse, seppi che il mio futuro era sul mare 
con un dubbio però che non si sciolse, senza futuro era il mio navigare... 

Ma nel futuro trame di passato si uniscono a brandelli di presente, 
ti esalta l'acqua e al gusto del salato brucia la mente 
e ad ogni viaggio reinventarsi un mito a ogni incontro ridisegnare il mondo 
e perdersi nel gusto del proibito sempre più in fondo... 

E andare in giorni bianchi come arsura, soffio di vento e forza delle braccia, 
mano al timone, sguardo nella prua, schiuma che lascia effimera una traccia,
andare nella notte che ti avvolge scrutando delle stelle il tremolare 
in alto l'Orsa è un segno che ti volge diritta verso il nord della Polare. 
E andare come spinto dal destino verso una guerra, verso l'avventura 
e tornare contro ogni vaticino contro gli Dei e contro la paura. 

E andare verso isole incantate, verso altri amori, verso forze arcane, 
compagni persi e navi naufragate per mesi, anni, o soltanto settimane... 
La memoria confonde e dà l'oblio, chi era Nausicaa, e dove le sirene? 
Circe e Calypso perse nel brusio di voci che non so legare assieme, 
mi sfuggono il timone, vela, remo, la frattura fra inizio ed il finire, 
l'urlo dell'accecato Polifemo ed il mio navigare per fuggire... 

E fuggendo si muore e la mia morte sento vicina quando tutto tace 
sul mare, e maldico la mia sorte, non provo pace, 
forse perché sono rimasto solo, ma allora non tremava la mia mano 
e i remi mutai in ali al folle volo oltre l'umano... 

La via del mare segna false rotte, ingannevole in mare ogni tracciato, 
solo leggende perse nella notte perenne di chi un giorno mi ha cantato 
donandomi però un'eterna vita racchiusa in versi, in ritmi, in una rima, 
dandomi ancora la gioia infinita di entrare in porti sconosciuti prima...

Francesco Guccini - Piazza Alimonda




[2004]

Piazza Alimonda


Genova, schiacciata sul mare, sembra cercare 
respiro al largo, verso l'orizzonte. 
Genova, repubblicana di cuore, vento di sale, 
d'anima forte. 
Genova che si perde in centro nei labirintici vecchi carrugi, 
parole antiche e nuove sparate a colpi come da archibugi. 
Genova, quella giornata di luglio, d'un caldo torrido 
d'Africa nera. 
Sfera di sole a piombo, rombo di gente, tesa atmosfera. 
Nera o blu l'uniforme, precisi gli ordini, sudore e rabbia; 
facce e scudi da Opliti, l'odio di dentro come una scabbia. 
Ma poco più lontano, un pensionato ed un vecchio cane 
guardavano un aeroplano che lento andava macchiando il mare; 
una voce spezzava l'urlare estatico dei bambini. 

Panni distesi al sole, come una beffa, dentro ai giardini. 
Uscir di casa a vent'anni è quasi un obbligo, quasi un dovere, 
piacere d'incontri a grappoli, ideali identici, essere e avere, 
la grande folla chiama, canti e colori, grida ed avanza, 
sfida il sole implacabile, quasi incredibile passo di danza. 
Genova chiusa da sbarre, Genova soffre come in prigione, 
Genova marcata a vista attende un soffio di liberazione. 
Dentro gli uffici uomini freddi discutono la strategia 
e uomini caldi esplodono un colpo secco, morte e
follia. 
Si rompe il tempo e l'attimo, per un istante, resta sospeso, 

appeso al buio e al niente, poi l'assurdo video ritorna acceso; 
marionette si muovono, cercando alibi per quelle vite 
dissipate e disperse nell'aspro odore della cordite. 

Genova non sa ancora niente, lenta agonizza, fuoco e rumore, 
ma come quella vita giovane spenta, Genova muore. 
Per quanti giorni l'odio colpirà ancora a mani piene. 
Genova risponde al porto con l'urlo alto delle sirene. 
Poi tutto ricomincia come ogni giorno e chi ha la ragione, 
dico nobili uomini, danno implacabile giustificazione, 
come ci fosse un modo, uno soltanto, per riportare 
una vita troncata, tutta una vita da immaginare. 
Genova non ha scordato perché è difficile dimenticare, 
c'è traffico, mare e accento danzante e vicoli da camminare. 
La Lanterna impassibile guarda da secoli gli scogli e l'onda. 
Ritorna come sempre, quasi normale, piazza Alimonda. 

La "salvia splendens" luccica, copre un'aiuola triangolare, 
viaggia il traffico solito scorrendo rapido e irregolare. 
Dal bar caffè e grappini, verde un'edicola vende la vita. 
Resta, amara e indelebile, la traccia aperta di una ferita.